Un cuore intelligente

Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente… (I Re 3, 11-12)

Archive for the ‘posizioni’ Category

Nuotare nella vasca


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Diciamo subito che mi è immensamente piaciuto ( non capita spesso di andare a rivedere la stessa pellicola a distanza di pochi giorni, non capita spesso che- qualunque cosa si stia facendo- immagini, frammenti, scorci sonori e visivi salgono impunemente alla memoria, non capita spesso che alle persona a cui si vuol bene, o per le quale si desidera una vita buona, si consigli, anzi si ordini di andarlo a vedere -’presto, cosa aspetti?’ ) proprio per quei ‘difetti’ che la critica più negativa gli ha riservato: il suo massimalismo ambizioso, la sua ridondanza magniloquente, l’ostentazione, ai limiti dell’esibizionismo, della superba padronanza di artifici tecnici e stilistici, l’oltranzismo imaginifico, la smania ipercitazionistica, le virate continue nel grottesco e nel visionario, l’assoluta mancanza di una qualche etica positiva, l’estetizzazione senza limiti.etc…Tutti errori e difetti visti con gli occhi di una triste tribù di critici che non ha saputo o voluto cogliere l’imperdonabile forza di questa opera. Del resto, si sa che lo spettacolo della potente genialità altrui, della sua titanica inarrivabilità, è tra i dolori più lancinanti che un individuo, spesso vocato alla mediocrità, possa contemplare. Ma, a quel punto, quelle notazioni critiche, gonfie di un cinismo da vescica scoppiata, piene di rancore e rabbia, equivalgono a ciò che lo spurgo di una fogna lascia sotto un cielo imperturbabile di immacolata azzurritudine. Di questi critici, si parla, comunque, del loro inane delirio d’immobilità, anche in una sapiente sequenza di questa piccola/grande Recherche per immagini che è ‘la grande bellezza’ di Sorrentino: un uomo che nuota furiosamente in una piscina idromassaggio,con la testa sott’acqua e che non si muove neppure di un centimetro a causa della potenza del getto che gli impedisce ogni avanzamento, a dispetto dei suoi furiosi sforzi.

W la democrazia


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Ogni tanto fa bene affidarsi alla micidiale logica numerica delle cifre. La si vorrebbe brandire questa logica contro coloro che si fanno belli di locuzioni quali ‘il gioco democratico, la volontà degli elettori, popolo sovrano,…’. Qualche numero, allora, di grazia: nelle ultime elezioni gli aventi diritto al voto sono stati 46.906.343 alla Camera. In realtà, hanno votato solo 35.271.540 persone, ovvero il 75,19 %: dunque risultano ben 11.634.803 di persone non votanti. Al Senato su 42.271.957 elettori, i votanti sono 31.751.350, ovvero il 75,11 %.Risultano così ben 10.520.607 persone non votanti. Cifre alte anche per quanto riguarda le schede bianche o nulle: sono state oltre un milione e 250mila per l’elezione alla Camera. Secondo i dati forniti dal ministero dell’Interno, 395.286 le schede bianche: in pratica, l’1,12% dei votanti. Sono 871.780 quelle nulle, pari al 2,47%. Le schede contestate e non assegnate sono state 1951. Per il Senato, invece, le schede bianche sono state 369.301, pari all’1,16%, e le nulle invece 762.534, pari al 2,40%. Ma passiamo ai partiti che oggi formano, insieme a Lista Civica, il ‘governissimo’: il solo Partito Democratico, dal 2008 a oggi, ha «perso» 3.452.606 voti alla Camera e 2.642.461 al Senato. Il Pdl supera queste cifre avendo ottenuto 6.297.343 voti in meno alla Camera e 5.682.127 al Senato. Ricapitolando: alla Camera, più di 11 milioni e mezzo di non votanti, un altro milione e 250 mila schede bianche e nulle, il Pd perde 3 milioni e mezzo di voti, il Pdl 6 milioni e 300mila. Situazione analoga al senato. Risultato: governo Pd-Pdl. E poi che c’è di strano se uno sogna Pancho Villa.

pronome personale


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Mi capita di ascoltare ( soprattutto alla radio, ma mi par di capire che lo stesso accada anche in tv) trasmissioni fatte da persone di sinistra, capaci di creare battute, aforismi, gags a getto continuo, demiurghi di una satira che sembra non conoscere mai una pausa, sempre più divertente, sempre più inventiva, sempre più felicemente demenziale. Poi, dopo aver riso ascoltando l’ennesima strepitosa battuta, mi viene in mente quel manifesto dove dava bella mostra di sé l’anarchico che rideva accompagnato da due gendarmi. E la didascalia che l’accompagnava. Tutto perfetto,certo. Solo una piccola variazione consonantica nell’uso del pronome personale: un ‘ci’ al posto del ‘vi’.

La biblioteca del signor Ugo


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Il padre si chiamava Ugo, un funzionario di banca che aveva pensato di stipare l’intero universo nella sua libreria. Un universo però invisitabile perché separato da bacheche e sportelli che impedivano l’accesso ai non adulti.  Ci si immagina allora la disperazione di due figli, novelli Tantali, che, pur avendolo a portata di mano,  dovevano accontentarsi di scorrere con gli occhi quella sua scorza esterna, formata da dorsi e copertine. Poi Ugo muore, la famiglia conosce gravi avversità economiche e la biblioteca, molto a malincuore, viene messa in vendita. Ne rimane però  il fulcro iniziale: appena 400 volumi.  Quel nucleo germinale sarà poi la base da cui si svilupperanno  due distinti paralleli esistenziali: uno diventerà poi poeta e, forse in memoria di quel lascito tanto ristretto, si circonderà sempre di pochi volumi, a dimostrazione di una concezione ‘centripeta’ della letteratura, fatta essenzialmente di pochi, selezionati testi fondamentali. L’altro fratello sarà invece critico, romanziere, saggista. Lui è per l’accumulo centrifugo, quello che ha come scopo l’inghiottimento dell’universo tramite i libri; patologia terribile, ereditata dal padre, che non conosce a tutt’oggi alcun farmaco. Sarà proprio lui a tentare poi un’impresa che mette insieme tanatofilia,  rizomatica e  bibliomania: attraverso una ricerca complessa e capillare presso antiquari, bibliofili, etc.., ritroverà e riacquisterà tutti i libri che formavano l’antica biblioteca paterna. Alla fine, la sua biblioteca ‘centrifuga’ non avrà divorato l’intero universo, ma una sostanziosa parte di esso: conterrà infatti ben  35000 volumi. Per contenerli tutti,  due appartamenti, la cantina, la portineria dello stabile in cui viveva.  Il fratello poeta si chiama Giampiero Neri, l’altro Giuseppe Pontiggia.

C’era un cinese in fila


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Lui un tempo è stato un giovane ventenne che seppe sorridere malvolentieri alla  cristallina ferocia di un giudizio di Adorno che lo incontrò nel salotto di Elena Croce ( “Ah, lei è Roberto Calasso. Ho sentito parlare molto di lei. Lei è l’uomo che ha letto tutti i miei libri, persino  quelli che non ho avuto ancora il tempo di scrivere”). Adesso, in un altro salotto dove, in omaggio allo spirito dei tempi, la Littizzetto fa da Madame Verdurin, ci racconta da par suo la storia del cinese sfregolando rotacismi ad iosa, con la stessa sicumera con la quale Aladino importunava la lampada,  dissimulando albagia, ennui e paziente understatement. Poi,  al minuto 15 e 10 secondi, ti fa venire voglia di riprendere in mano Cristina Campo.

«In un’epoca di progresso puramente orizzontale, nella quale il gruppo umano appare sempre più simile a quella fila di cinesi condotti alla ghigliottina di cui è detto nelle cronache della rivolta dei Boxers, il solo atteggiamento non frivolo appare quello del cinese che, nella fila, leggeva un libro. Sorprende vedere altri azzuffarsi a sangue, in attesa del loro turno, sul preferito tra i carnefici operanti sul palco. Si ammirano i due o tre eroi che ancora lanciano vigorose fiondate all’uno o all’altro carnefice imparzialmente (poiché è noto che di un solo carnefice si tratta, se anche le maschere si avvicendino). Il cinese che legge, in ogni modo, mostra sapienza e amore alla vita. E’ prudente dimenticare che, secondo la cronaca, quell’uomo dovette a ciò la sua testa: l’ufficiale tedesco di scorta ai condannati non resse alla sua compostezza e gli fece grazia. E’ decente ritenere le parole che il cinese proferì, interrogato, prima di perdersi tra la folla: “Io so che ogni rigo letto è profitto”. E’ lecito immaginare che il libro che egli teneva tra le mani fosse un libro perfetto. »( Cristina Campo, Gli Imperdonabili, Adelphi)

Amburgo o cara.


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(foto del mio amico Antonio Prenna, appena tirata giù da feisbuc)

“Il punteggio d’Amburgo è importantissimo. Tutti gli incontri di lotta sono truccati. Gli atleti si fanno mettere con le spalle a terra secondo le istruzioni dell’impresario. Ma una volta l’anno si riuniscono ad Amburgo in un’osteria e lottano a porte chiuse, con le tende tirate. Lottano a lungo, pesantemente, senza eleganza. Il punteggio d’Amburgo serve a stabilire la classe reale di ciascun lottatore e ad evitare il totale discredito. Anche in letteratura non se ne può fare a meno. Per il punteggio d’Amburgo Serafimovic e Versaev non esistono neppure. Non sono ancora arrivati in città. Ad Amburgo c’è Bulgakov, fermo accanto al tappeto. Babel’ è un peso piuma. Gork’ij è ambiguo: spesso non è in forma, Chlèbnikov era un campione”. Prima di tutto, un ringraziamento( un ramo di rosmarino, of course, a lui, per la dotta rimembranza) a Gabriella Pedullà che mi ha fatto conoscere questo bellissimo pezzo di uno Sklowskij d’antan (1928, ma tradotto in Italia per una casa editrice deceduta, cioè la Di Donato, nel 1969). Poi, a lui, però, anche le viole, quelle del pensiero e della critica perché, nel suo articolo, Pedullà sembra volerci dire che sì, va bene, Chlèbnikov e gli altri campioni della lotta sono senz’altro atleti eccelsi, campioni straordinari,  ma la letteratura, se praticata solo da questi giganti, a forza di separatezza e di elitarismo, rischia di morire: “Perché dove nessuno cerca di barare, dove nessun impresario arrangia gli incontri, verosimilmente non ci sono più scommesse né spettatori.” Curioso, davvero: Pedullà, in tutto l’articolo, ci descrive lo stato comatoso in cui versa la letteratura, denunciandone realisticamente la condizione agonica( “I banconi dei librai sono oggi un triste specchio del paese. Si continuano a scrivere ottimi libri, ma al di là delle doti dei singoli, la sensazione diffusa è che i veri scrittori fatichino sempre di più a vedere riconosciuto il proprio valore nel grande flusso della comunicazione dove, gli atleti della penna, sono costantemente messi al tappeto da cantanti, attori, vallette, cuochi, giuristi e politici appena scopertisi con doti di romanzieri”).Poi,  come panacea, ci spiega che sarebbe meglio abbandonare la lotta vera,  uscire fuori dall’osteria di Amburgo, ‘un mero noumeno kantiano’  ed invece imbragarsi nel mondo rutilante dei fenomeni e dei giudizi relativi, delle gare truccate e delle scommesse clandestine. Cioè, dovremmo star lì a supplicare i pochi Chlèbnikov che ci sono rimasti, dicendogli che l’osteria di Amburgo ormai ha fatto il suo tempo, che è ora di smetterla di fare i campioni, che bisogna tirare sù le tende per scoprire che fuori nel   mondo hanno vinto i Versaev, i Serafimovic, che è a loro che bisogna adeguarsi quanto prima.

Municipalese


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Adoro l’irresistibile munificenza espressiva del municipalese. Sul sito del Comune di Osimo si può leggere questo avviso: Avviso esplorativo per manifestazione d’interesse alla concessione del locale adibito a bagno pubblico- ‘I tre pini’- sito in via di Porta Musone. Un quarto d’esotismo ( l’avviso che si considera esplorativo), un quarto di autofiction ( la manifestazione che non può esulare dall’interesse, sempre all’erta), un quarto di scatologia non esente dal rimando ad un palingenetico lavacro collettivo ( il bagno che dovrà essere pubblico), poi un po’ di folclore locale ( quelli che erano I tre pini, oggi tre infanti gracili ed in cattiva salute, e la Porta sul Gange de’ noantri- il Musone).

Riposizionamento


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Quella del riposizionamento è una delle attività agonistiche nella quale si cimentano da sempre alcuni  illustri commentatori. Ne cito solo due praticamente invincibili: Maltese per Repubblica e Galli Della Loggia per il Corriere, ma l’elenco a cui annettere  altri esimi voltagabbana,  campioni della palinodia, sarebbe ben lungo. Non temono rivali, né confronti, capaci come sono di fulminee ritrattazioni, di sconvolgenti illuminazioni sulla via di Montecitorio e dintorni. Bastava leggersi, ieri e ier l’altro, ciò che questi fondisti smemorati hanno scritto su quegli stessi  quotidiani in cui, nei giorni precedenti, c’era stato un coro pressoché unanime nel bollare Grillo e il Movimento5stelle con una gamma di epiteti che andavano dal bonario ‘cialtroni ed incompetenti’ alle velenose accuse di ‘protonazismo’: ora, invece, in quelle stesse colonne, grandi attestati di stima e riconoscimento, grandi aperture di credito, grandi elogi e laudi. Mancava solo che scrivessero: “L’avevo detto io”. Non l’hanno fatto: felix culpa. Ciò vuol dire forse che, da qualche parte, anche loro, in attesa anch’essa di un necessario riposizionamento, hanno quel sentimento così clamorosamente inattuale che si chiama ‘vergogna’.

Se lo portano dietro.


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Quelli che si portano dietro il libro che stanno leggendo- nei posti di lavoro, nei mezzi di locomozione, nei ristoranti, mentre si aspetta l’ospite (gradito o mal sopportato, desiderato quanto una giornata di sole, o temuto quanto un’influenza invernale), nei cinema od al teatro, (sperando così di ingannare il tempo prima della finzione che scenderà sullo schermo o sulla scena, ricorrendo omeopaticamente alla finzione cartacea), se lo portano dietro il libro perché così, aprendo il testo alla pagina dove erano arrivati ed individuando la riga a cui erano giunti, pensano di usufruire di un simulacro cartaceo di senso, di una mappa portatile attraversata da righe, lettere e parole, che possa soccorrerli in questo periglioso periplo quotidiano che li vede navigare, sperduti marinai, tra l’Oceano delle Assurdità e la Penisola dell’Insensatezza, tra lo Scoglio dell’Incredibile ed il Mare della Vacuità.

Mise en abîme


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Pascal dice che una gran parte dei nostri problemi nasce dal non saper stare tranquilli in una stanza. Ogni tanto me ne dimentico e, quando torno a casa, è tutto un rimeditare sulla verità indiscutibile di quella aurea massima. Poi, ieri sera, c’era uno spettacolo(?) off(??)  su una vicenda che mi aveva molto colpito ( magistralmente evocata da questa poesia di Luigi Socci) e ho pensato che era il caso di sdimenticarmi il monito pascaliano. Durante la rappresentazione(?) ho pensato che l’invenzione scenica più azzeccata era quella di far provare ai pazienti (troppo pazienti) spettatori un freddo analogo a quello che si poteva provare quella sera al ‘Na Dubrovka’ di Mosca. Ora mi piacerebbe sapere se la mise en abîme era frutto di una imprevista casualità o scientemente preparata con masochistica lucidità dai teatranti.