Un cuore intelligente

Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente… (I Re 3, 11-12)

Monthly Archives : novembre, 2010

Arboricidi


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Poi quella sintassi traballante e scivolosa, come di uno che tenti l’arrampicata utilizzando una corda cosparsa di sapone, quei comunicati ufficiali e spocchiosi, scritti in un antiitaliano ridondante e formale, che dovrebbero giustificare e spiegare e vagliare ed illustrare, ma che piuttosto sembrano scritti da un ghostwriter buffoncello e dispettoso, che sogghigna dedicandosi, per placar la noia, alla nobile arte dell’ autoparodia più o meno involontaria, quella prosa sghemba e deragliata incapace di comunicare una sia pur effimera parvenza di senso, quella presunzione di chiarezza e di dignità espressiva, continuamente smentita dall’alluvione di pastrocchi semantici ed ortografici, da quella cascata di anacoluti, da quella ridda di smottamenti linguistici, da quel profluvio di burocratese che alla fine si rivela incapace di censurare quella che, alla fine dei conti, è la sostanza nuda e cruda: un altro, ennesimo attentato alla bellezza che, gratuitamente e per circostanze del tutto imponderabili ci è stata concessa, è stato compiuto. La città è Osimo: il viaggiatore distratto che, giunto dalle parti di Porta Musone, si trovi a contemplare adesso, in uno degli angoli più panoramici e suggestivi della città, la sagoma stremata di tre pini intisichiti e rachitici e deboluzzi, non sa, non può sapere che proprio lì fino a pochi anni fa, al posto delle fantasmatiche specie arboree che ora danno malinconico spettacolo di sé evidenziando, con il passare degli anni, l’inquietante presenza di un ‘arboreo male di vivere’, c’erano lì tre meravigliosi pini secolari, la cui presenza muta, ma assidua, da sola serviva a rallegrare e a scaldare il cuore di chi, in qualsiasi stagione dell’anno, in qualsiasi ora del giorno e della notte, si imbatteva in questo spettacolo gratuito di bellezza e grazia. La foto che correda questo post, ripresa dal sito di un amateur locale, testimonia l’antico fulgore di quella misteriosa potenza verticale, tutta leggerezza e forza, tutta lusso, calma, ordine, bellezza e voluttà. Pochi giorni fa, in una strada poco lontana dal centro- in via Castagna- ironia amara del nomen omen- l’ennesimo arboricidio: è stata abbattuta una quercia secolare che svettava con nobile maestosità su di un lato della strada, e che riempiva, con la sua presenza muta ed eloquentissima, di ammirata sorpresa gli occhi e l’anima di chi si trovava a transitare da quelle parti. Di lei adesso resta un pezzo di tronco immenso e mutilo adagiato su di un campo, una spoglia inerte di antico fulgore, pezzi di rami accatastati in fretta e furia.

Reliquie e reliquiari


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Un dito dello Spirito Santo, il ciuffetto del Serafino che apparve a san Francesco, una unghia di un Cherubino, una delle costole di Cristo, qualche raggio della cometa che apparve ai tre Magi, un’ ampolla con il sudore di san Michele quando combatté col diavolo, un pezzo di legno della santa Croce, in un’ altra ampolletta il suono delle campane del tempio di Salomone e poi, per concludere, la penna dell’ angelo Gabriele e, last but not least, i carboni con i quali fu arrostito san Lorenzo. Curiose e bizzarre queste reliquie elencate nella sesta giornata del Decamerone( siamo nella novella di Frate Cipolla), capaci nella loro grottesca e sospesa matericità di restituirci sapientemente il mood di un’epoca tanto lontana dalla nostra. È poi anche vero che ogni epoca ha le reliquie che si merita; quindi paiono perfettamente allineate ad una estenuazione di gusto tipicamente postmoderna quelle collezionate dallo scrittore Safran Foer che confessa di custodire gelosamente nel suo studio una collezione di tanti fogli, vergini, bianchi ed intonsi, in apparenza perfettamente identici a tanti altri, ma ‘riscattati’ dal fatto che sono stati sottratti a risme appartenenti a scrittori illustri ed amatissimi dall’autore di Ogni cosa è illuminata: quei fogli immacolati appartenevano infatti a John Updike, D.F. Wallace, Paul Auster. C’è poi qui quest’altro reliquiario che contiene: il sorriso del gatto del Cheshire e quello di Mastroianni nella sequenza finale de La dolce vita, le lacrime di Ecuba, gocce di mestruo di Tracey Emin rubate dall’installazione My bed, campioni di urina di Alberto Greco, fratello di sbronze di Carmelo Bene ( così ricorda quella serata C.B.: “La sera della prima successe un parapiglia infernale. Questo Greco, poco assuefatto al bere, si briaca di brutto [...] L’apostolo Giovanni (il Greco) cominciò a dare in escandescenze [...] In ribalta si alza la veste, mette il lembo fra i denti e comincia a orinare nella bocca dell’ambasciatore d’Argentina, della consorte in visone e dell’addetto culturale. Nel frattempo, si faceva passare le torte destinate al dessert e le spappolava in faccia a quel diplomatico e signora [...] Fui condannato in contumacia [... e poi] assolto per essere estraneo ai fatti”), del fango pazientemente tolto dal vestito indossato da Holly Hunter, sul set di Lezioni di piano, subito dopo la scena della famosa caduta di spalle quando s’inabissa nella malta australiana, il fazzoletto con il quale Jean Louis Trintignant si deterge il sudore ne Il sorpasso durante la corsa in auto con Gassman, cumuli di polvere accumulati sul cappello da pilota d’auto di Alfred Agostinelli, un lembo di sahariana di Lartigue, un margine bruciacchiato di una mappa aerea di Saint Exupery, una scarpa di Joni Mitchell rubatale dopo il concerto di Shadows and light e la bandana di Pastorius- stesso concerto-, le lacrime dell’ uomo che piange all’inizio di Parla con me mentre a teatro guarda Pina Bausch, campioni salivacei di W. Benjamin e di Cesare Zavattini recuperati dal tavolo di certe loro conferenze, quel po’ di whisky che Gianni Brera lasciava nei bicchieri sorseggiati durante la Domenica Sportiva, le tredici mosche che stavano nel bicchiere della granita contate scrupolosamente da Don Fabrizio Salina durante il viaggio verso Donnafugata, residui di una polluzione notturna del giovane Leopardi avvenuta dopo l’incontro con sua zia Gertrude Cassi Lazzari, una cicca buttata a terra dal protagonista di In the mood for love, il vomito di Alberto Sordi nella scena più bella de Una vita difficile, campioni di polvere prelevati con lestezza dallo studio di Giacometti e Bacon, un foulard di Monica Bellucci, la cenere dalla pipa di Pertini la sera del Bernabeu, penne, coltellino e cesoiuzze di Cavalcanti, un foglio firmato Bartleby, il sorriso imperturbabile di Wakefield che torna a casa dopo 20 anni, un pullover di Beniamino Placido, un po’ di rimmel trafugato al Toby Dammit felliniano, una candela rubata dal set di Barry Lindon, un geranio rubato dal balcone di Ippolito Pizzetti, una ragnatela presa dallo studio di Roland Barthes che la fissava mentre rifletteva sulla teoria del testo come ifologia, una giacca macchiata di gesso e sputi del mio professore di ginnasio, qualche capello di Marina Abraamovic e Ulay durante la performance Relation in time,  un po’ di latte rigurgitato dai miei figli da piccoli,…