Un cuore intelligente

Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente… (I Re 3, 11-12)

Monthly Archives : dicembre, 2010

Fa male il libro.


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E poi, adesso, spiegamelo un po’ tu se sei capace, perché la lettura dovrebbe essere l’esperienza fondante per antonomasia, l’occasione imperdibile che ci viene provvidenzialmente offerta e che dobbiamo cogliere per avvicinarci a qualcosa che s’avvicina per quanto possibile alla perfezione dell’essere. La lettura, cioè il rito di passaggio da tutti esaltato ( soprattutto dai non-lettori) perché necessario all’acquisizione del “diventare ciò che si vorrebbe essere”, il bosco incantato pieno di mirabilia e splendori che, una volta attraversato, consente la piena consapevolezza del sé, un Giardino dell’Eden carico di ogni delizia e felicità che si lascia percorrere senza troppa fatica- basta far scorrere gli occhi su una pagina-, offerto alla cupidigia smaniosa di chi può trovarvi tutto ciò che desidera: storie e racconti, traumi e trame, persone e personae, soggetti e saggetti, fiction e faction,… (continua…)

“Ah, you publishing scoundrel!”


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Da una parte uno strano movimento di studenti, precari, ricercatori che per una sua insopprimibile vocazione ontologica sfugge ad ogni classificazione e si nega ad ogni interpretazione e trappola definitoria; dall’altra la furia vana di una litania insopportabile, un florilegio ininterrotto di chiacchiere e di parole che , come da copione, sussume la più svariata gamma di toni- dall’accorato al malmostoso, dall’ipocrita al servile, dall’arrogante al demagogico, dall’untuoso al bellicoso- per coprire l’incapacità di lettura di un fenomeno che è in sé felicemente ‘incasellabile’, in progress, mutante e mutogeno, capace domani di smentire ciò che si era detto oggi. (continua…)

Edgard & Homer & Langley


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N.d.T. Il titolo non è originalissimo, ma l’intervista, in compenso, mi pare molto interessante. JUAN GABRIEL VÁSQUEZ intervista E.L. Doctorow  su El Paìs del 1/5/2010.

Traduzione Linnio Accorroni.

E. L. Doctorow continua ad applicare ai suoi romanzi quello che lui stesso definisce “un simulacro di cronaca storica degli Stati Uniti”. L’autore di opere come Ragtime riprende adesso la vicenda di due personaggi popolari, Homer e Langley, come metafora di un paese che smarrisce la rotta. (continua…)

Cose di Marca


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I più furbi per abito e i più ingegnosi per natura di tutti gl’italiani, sono i marchegiani: il che senza dubbio ha relazione colla sottigliezza ec. della loro aria. Similmente gl’italiani in generale a paragone delle altre nazioni. Mettendo il piede ne’ termini della Marca si riconosce visibilmente una fisonomia più viva, più animata, uno sguardo più penetrante e più arguto che non è quello de’ convicini, nè de’ romani stessi che pur vivono nella società e nell’uso di una gran capitale. Leopardi- Zibaldone

È vero, non ce n’eravamo neppure accorti, ma forse anche a causa di quel paradossale fenomeno che è la deriva- economica più che geografica- dei continenti, le Marche sono ormai diventate la versione adriatica e trendy( absit iniuria verbo) della Florida. Così, con la fregola tipica che s’impadronisce dei pre-colonizzati che smaniano d’impazienza desiderando l’imminente l’arrivo di quei Barbari d’oltreoceano che si confida saranno capaci di risolverci ogni nostro problema ( Kavafis docet), abbiamo pensato, noi figli dell’unica regione al plurale, di mostrare, nel mercato della MediaTelePubbliCrazia, la nostra merce più preziosa e sopraffina. Così abbiamo consegnato l’immenso Infinito leopardiano all’ interpretazione(?) piena di storpiature e mende di un anziano attore americano con un grande avvenire dietro le spalle,  tra vezzi da Ambra Jovinelli ed un birignao da reduce kazaniano che ci tiene a far sapere il suo apprendistato illustrissimo presso  l’ Actor’s Studio.

Cos’ di fronte alla venustà passata di tanta gloriosa carriera, anche la proverbiale tirchieria marchigiana si è presto dissolta: eppure le cifre divulgate dalla Regione Marche, grand commis dell’intera operazione, dovrebbero suscitare sicuramente una qualche riflessione non del tutto peregrina: tutta l’operazione è costata infatti 1.785.000 euro, 700.000 dei quali a Dustin Hoffman; 700.000 + 48.000 per i passaggi TV e gestione ufficio stampa a tale operazione associato; 337.000 per la produzione/post produzione dello spot, i compensi delle professionalità coinvolte e,ovviamente, il cachet del regista: Giampiero Solari. Ma del resto, si sa: che senso avrebbe, nell’imminenza di questa agognata invasione di ricchi americani, amanti del bello e della natura, continuare ad ostentare la nostra terragna, atavica parsimonia di fronte alla florida( nomen omen) dissipatezza dell’americano pensionato in procinto della sua marchigianizzazione definitiva? Un piccolo problema però, di natura non solo estetica, si pone senz’altro: nel video promozionale della Regione Marche non si scorge neppure l’ombra della selvaggia deturpazione del nostro territorio ad opera dei famigerati pannelli fotovoltaici, che, a causa della crisi del settore agricolo, vengono istallati ad libitum sulle nostre campagne in cambio di compensi economici, arrecando un contributo notevole alla distruzione dell’equilibrio ambientale, sotto tanti punti di vista. Queste che paiono celle di silicio e cadmio, celle di vetro e di cristallo, di lamine, di metallo e d’alluminio, scagliate sulle nostre campagne da parte di un demiurgo cattivo e dispettoso, questi pezzi di un alveare mostruoso e post-tecnologico che guastano irreparabilmente questa terra tanto dolce e bella, queste colline morbide e sensuali come labbra incurvate da un divieto. Un po’ come accostare una boccia di vetriolo ad una tazza di tè odoroso ed invitante.

Assange tuera cela


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Come al solito, ciò che è davvero interessante sta nelle pieghe della notizia, nei piccoli indizi dell’informazione: come in questo vicenda per cui la ‘notizia’ non consiste tanto nel fatto che alla nuova bandiera dell’internazionalismo massmediatico Julian Assange verrà finalmente concessa la possibilità di utilizzare un Pc nella sua cella d’isolamento nel carcere di Wandsworth, nel sud-ovest di Londra, quanto piuttosto nella motivazione di questa richiesta: spiegano infatti i legali del Nostro che egli ha urgente bisogno del Pc perché “trova difficoltà nello scrivere a mano”. In realtà, non si sa con certezza a che cosa debba essere attribuita questa ‘deficienza’ di Assange, ma se davvero risponde a verità che, come si leggeva in un articolo di Giordano Stabile sulla “Stampa” di ieri,  per questa lunare icona dei native digital è naturale scrivere solo sul Pc, la questione Assange-scrittura si carica inevitabilmente di una forte valenza simbolica. Siamo cioè di nuovo dalle parti del “ Ceci tuera cela”, cioè sprofondati tra le pagine balzachiane del Notre-Dame de Paris: “questo ucciderà quello”, dice infatti, in questo romanzone ottocentesco, l’arcidiacono soppesando, da un lato, il silenzio della grande cattedrale e, dall’altro, la voce del libro aperto sul suo tavolo. E profetizza la morte inflitta da questa piccola cosa- il libro- all’immensa chiesa di cui ha appena fornito – indicandola ad un confratello – un’immagine poderosa. Il piombo di Gutenberg contro la pietra di Orfeo. Da un lato l’originalità e l’innovazione di un “perpetuo movimento”, dall’altro “l’immobilità pietrificata di una certezza dogmatica”. In definitiva, un libro ucciderà un altro libro, una scrittura che ne uccide un’altra. E anche adesso accade così, con Assange e C., con questi ‘barbari’ adusi solo alla tastiera e refrattari alle penne e matite. Così, dopo alcuni secoli, il computer, demolendo la pratica antica della scrittura a mano, compie una specie di vendetta postuma vendicando, sia pur tardivamente, la fine ingloriosa subita, per colpa dei libri di parole, dalle storie e dai racconti che per millenni le pietre delle cattedrali medievali avevano narrato, prima di essere sconfitte dalla sostenibile leggerezza del racconto su carta. Ma nella cella di Assange in realtà s’è anche chiuso un cerchio, la cui apertura risale addirittura al Fedro di Platone. In questo libro, infatti, si può leggere come Socrate racconti un celebre mito sull’invenzione della scrittura da parte del dio egiziano Theuth e sul dono di essa, destinato agli uomini. Ma se Theuth spiega sfarzi e prodigi della scrittura, il faraone Thamos che lo ascolta pare assai meno entusiasta nei confronti di questa nuova invenzione. Il faraone è infatti un convinto assertore della potenza della tradizione orale e mnemonica, e, quindi, enormemente diffidente nei confronti di un’ invenzione tanto diabolica e statica. Così, nonostante Theuth magnifichi i pregi della scrittura, il faraone ribatte che la scrittura è sì uno strumento di rammemorazione, ma puramente estrinseco, e che persino rispetto alla memoria, intesa come capacità interiore di trattenere il ricordo di ciò che è passato, essa potrà risulterà dannosa. Quanto alla sapienza, la scrittura la fornirà apparente, non già veritiera. E Platone commenta questo mito egiziano accusando di ingenuità chiunque pensi di tramandare per iscritto una conoscenza e un’arte, quasi che i caratteri della scrittura avessero la capacità di produrre qualcosa di solido: “Si può credere che gli scritti siano animati dal pensiero: ma se qualcuno rivolge loro la parola per chiarire il loro significato, essi esprimeranno sempre una cosa sola, sempre la stessa”. Platone contesta in linea generale alla scrittura la possibilità di esprimere un pensiero serio e dice letteralmente che “nessuno uomo di senno oserà affidare i suoi pensieri filosofici ai discorsi immobili, com’è il caso di quelli scritti con lettere”. Chissà se Assange conosce questa affermazione contenuta nel Fedro, chissà i suoi legali potranno fargli avere  questo dialogo platonico, chissà se potrà trarne una qualche forma di consolazione, o di  dispetto, questo pallido Principe della conoscenza al tempo di Internet.

La rivoluzione a colpi di share


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Tutti lì a spellarsi le mani con gli applausi, a profondersi in esegesi minuziose ed accurate del Fazismo e dei suoi illuminati sacerdoti, a sentirsi finalmente grati e placati, a scambiarsi felicitazioni e complimenti perché ormai è certo il crollo prossimo e venturo del Palazzo d’Inverno e dei suoi squallidi inquilini. E tutto grazie ad una trasmissione televisiva, perché così si fa ed è così che si esce dalla palude, perché adesso, dopo quello share, dopo quell’audience, dopo quel consenso tribunizio e trasversale, dopo quelle articolesse fervorose ed entusiaste di critici la cui arguzia è spesa soprattutto nel sapersi spostare velocemente in favore di vento, niente più sarà come prima. Persino un intellettuale non vanesio come Michele Serra ( cfr. la sua rubrica l’amaca in Repubblica del 3 dicembre scorso) si è lasciato contagiare da questa strana atmosfera di euforia, leggendo, nel successo che ha arriso a certe trasmissioni televisive fatte di ‘cose difficili’, la manifestazione indubitabile di una prossima, radicale trasformazione dello stato di cose esistenti: “ le cose difficili hanno un pubblico crescente, perfino in televisione che è stata, per anni, la dittatura del facile. I sondaggi non sanno e non possono registrarlo, ma questo è il vero segno che annuncia il cambiamento”. Mi pare una visione fideistica e consolatoria e tragicamente sbagliata: pensare che la rivoluzione si possa fare guardando la televisione, pensare che il cambiamento possa avvenire a colpi di programmi e di share, che l’indignazione pantofolaia e casalinga dell’utente addivanato e lobotomizzato dai pixel del proprio megaschermo, definitivamente obnubilato dall’orgia non stop dello sciocchezzaio televisivo ( ci vorrebbe l’onirismo ironico e crudele di Savinio per disegnare la mostruosa normalità di questi tele-utenti il cui unico esercizio critico consiste nel premere freneticamente i pulsanti del telecomando) possa miracolosamente portare alla sconfitta del berlusconismo, è rassicurante e mistificante come una favola che possiamo continuare a raccontarci per farci coraggio, ma che sappiamo bene non muterà affatto la nostra condizione. Del resto, se fosse vero quello che sostiene Serra, dopo 20 anni di Santoro e compagnia bella, dopo anni ed anni di trasmissioni come Report et similia, le piazze dovrebbero essere piene di italiani indignati e sconvolti dalle malefatte delle gang affaristicopoliticomafiose che dominano i centri di potere della nostra sventurata Itaglietta e i risultati elettorali avrebbero dovuto attestare la disfatta di chi ci ha trasformato in una nazione-caricatura, in uno stato-macchietta. Ma in realtà tutti sappiamo che così non è: resta solo la bizzarria di un wishful thinking elaborato da un popolo convinto che si possa fare la rivoluzione guardando la televisione. O meglio, di un popolo che aspetta che sia la televisione a fare la rivoluzione guardando loro.

Cavatina( per I.)


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un racconto concentratissimo, dove la cantabilità appare tentata dal silenzio, dove il suono consapevolmente tende a dissolversi, a farsi purissima, mistica assenza indagando la sua origine” ( Sandro Cappelletto)