Un cuore intelligente

Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente… (I Re 3, 11-12)

Monthly Archives : aprile, 2011

Motivation


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Poi inevitabilmente arriva anche il momento in cui, con fare ispirato e mellifluo, dopo aver socchiuso un poco gli occhi, girata in slowmotion la faccia per evidenziare così il loro puntuto profilo migliore, alzato impercettibilmente il mento per scrutare, con assorta concentrazione, la luminosa radiosità dell’orizzonte ed indugiare, con rassegnazione gesuitica, sull’arcaica piccineria degli astanti, snocciolano, compitandoli con maliziosa lentezza, quei sostantivi anglofoni che benignamente ci affidano, come se quella suadente profusione di vocaboli gonfi di esterofilia fosse di per sé capace di risolvere l’insolvibile, di sbrogliare gliommeri e nodi, garbugli e pasticci. Ma loro sono convinti che ‘basta la parola’, come in quel vecchio Carosello: “…la mission che ci siamo dati…nell’ottica di una governance più efficace e proficua…”. Fellini: lui sì che saprebbe come trattare questi scagnozzi del ‘nuovo e del bello’, che non sanno, però, che non tutto ciò che è nuovo è bello e non tutto ciò che è bello è nuovo. Il regista romagnolo, per esempio, disprezzava quella che lui definiva “ la fastidiosa mitologia” dell’attore, la disciplina efficientistica e ipercompetitiva dell’ Actor’s studio, la maniacale preparazione degli attori di scuola anglosassone, quelli che ” per fare il cieco devono fasciarsi gli occhi per un mese, l’attore santo o soldato disposto al sacrificio…Tutto quello che è scuola, mi ha sempre suscitato un po’ di diffidenza e di ribellione”. Così Fellini davanti a questo compulsivo stakanovismo attoriale, si divertiva ad esercitare raffinate vendette su questi ‘mostri sacri’: battute che venivano cambiate la mattina prima delle riprese, doppiaggi esasperati e sistematici, tanto che a molti attori faceva dire i numeri al posto delle battute, etc… Da qui anche il suo rapporto particolarmente problematico e conflittuale, per esempio, con Donald Sutherland, attore protagonista del suo ‘ Casanova’. Per Sutherland era sacra la ‘motivation’ per raggiungere la famosa immedesimazione con il personaggio recitato: per questo aveva letto tutto di, su e a proposito di Casanova e sulla sua epoca. Fellini, dal canto suo, perfidamente, si ostinava a smantellare questo enorme bagaglio di nozioni ed informazioni con sistematica crudeltà: ” doveva aprire una porta e mi chiedeva la motivation e io gli dicevo, si mette la mano sulla maniglia, si gira di qua e si passa dall’altra parte”. A lui non interessava affatto che Sutherland sapesse tutto del malinconico bibliotecario-erotomane e volesse così replicarne sul set una sorta di calco; quando l’attore americano rimaneva perplesso di fronte alla proverbiale, compiaciuta neghittosità felliniana, il regista gli spiegava candidamente: “Non devi pensare ad un tuo Casanova, perché quello che faccio non lo so neppure io,o meglio lo scopro giorno per giorno”. Poi, per sovrappiù, a distruggere ogni residuo di motivation, il suo sadismo infieriva anche sulla corporeità di Sutherland che vide le sue belle fattezze sconciate da un trucco che lo trasformava, piuttosto che in un vagheggino bramato da donne di tutte l’età e condizione sociale, in un omaccione con mezzo cranio rasato, con una enorme gobba sul naso, con le sopracciglia rapate… Molto meglio per Fellini lavorare con Mastroianni, eroe dell’antimotivation: la dolce arrendevolezza del suo ‘Marcellino’, il suo farsi plasmare come argilla, il non desiderare spiegazioni o informazioni :” Ma se conosco il film, che gusto c’è a farlo?” diceva Mastroianni.

Il pre ed il post


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Di questa legnosa perenne- la wistaria, o wisteria, sinensis-, oltre le cose molte belle che sono state scritte qui, si può anche aggiungere che essa si fa molto amare anche per ciò che sa ostentare nel pre-(fioritura) e nel post (fioritura): nel pre-(fioritura), per quella sfilata di boccioli prima timidi ed esitanti, poi vieppiù sempre più convinti e sicuri fino al turgore che preannuncia l’ imminente fioritura esplosiva, che tanto più risaltano inerpicandosi nei rami contorti e anguiformi della pianta, ancora orba dell’apparato fogliare. Nel post-(fioritura), per quel tappeto frusciante composto da miriadi di piccoli coriandoli che sono il residuo della fioritura superba dei grappoli penduli e che potrebbe servire per una lezione di disegno en plein air sulla scala cromatica che dal viola-blu intenso degrada fino al celestino pallido.

Un caso di Fazite


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La Fazite è una pandemia contagiosa ed inestirpabile che miete, nel nostro tempo, vittime ad abundantiam, favorita anche dalla sua penetrante invasività che sfrutta sagacemente l’incantatoria persuasività del medium televisivo; la sua proliferazione incontrollabile, sparsa dalla voce chioccia dell’icona con pizzo del common sense, è favorita dal mortifero dilagare di dosi sempre più massicce di filosofia spicciola da generone, di sinossi di saggezza miserabile da coda alle Poste, di rimostranze da patetismo buonsensista alla ‘volemose bbene’. La rubrica “Buongiorno” di oggi sulla Stampa dimostra come anche Gramellini Massimo, che di Fazio è ospite fisso, sia l’ennesima vittima colpito da questo terribile morbo. Scrive infatti Gramellini che il Papa ieri sera, rispondendo in diretta Tv ad una bambina giapponese che gli chiedeva conto del terremoto («Perché i bambini devono avere tanta tristezza?»), non si era appellato a nessun illusionismo spiritualistico o escamotage religioso, ma aveva risposto alla bambina- scrive Gramellini-“ con un’ammissione di impotenza dotata di straordinaria potenza: «Non abbiamo le risposte. Però un giorno potremo capire tutto». Potenza dell’inconsistenza camuffata da verità insondabile, circonfusa dalla doppia aura papale e televisiva : in realtà, una risposta che non spiega e non risponde alcunché, che andrebbe benissimo come distico finale di una poesia di un tredicenne innamorato e melanconico, o che poteva stare benissimo in bocca alla controfigura papale, la paffuta guardia svizzera che s’ingozza di dolci nelle stanze papali dell’ultimo film di Moretti. Ma invece Gramellini è tutto pervaso dalla potente beltà di questa non-risposta del papa e si avvia,nella sua rubrica quotidiana, ad un pistolotto finale che dimostra come ormai sia in avanzato stato di Fazite conclamata, con scarse speranze di guarigione:

“Per tutta la vita ci sentiamo sballottare da eventi che non afferriamo e siamo pervasi da un senso di inadeguatezza, come se ogni cosa sfuggisse al nostro controllo e il cinismo rappresentasse l’unico antidoto allo smarrimento. Ma appena diamo tregua al cervello e inneschiamo il cuore, sentiamo che tutto ciò che d’incomprensibile ci succede contiene un significato. E il fatto di trovarci al buio non significa che la stanza sia vuota, ma solo che bisogna aspettare che si accenda la luce.” Fiat lux, allora e, ancora, “vai dove si innesca il cuore”. A Gramellini, al papa, a Fazio non interesserà certo: ma io rimango felice qui al buio, nella stanza vuota e non voglio che nessun accenda la luce di ipotesi consolatorie e fallaci. Mi godo l’insensatezza e casualità di ogni esistenza, l’ incontrollabile irrazionalità con la quale il Caso spariglia tragitti ed esistenze, incrocia azioni e destini, convinto che proprio lo smarrimento, il cinismo e l’inadeguatezza che Gramellini classifica come la quintessenza della negatività siano proprio gli unici autentici, salvifici contravveleni che possiamo utilizzare.