Un cuore intelligente

Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente… (I Re 3, 11-12)

Monthly Archives : febbraio, 2013

Riposizionamento


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Quella del riposizionamento è una delle attività agonistiche nella quale si cimentano da sempre alcuni  illustri commentatori. Ne cito solo due praticamente invincibili: Maltese per Repubblica e Galli Della Loggia per il Corriere, ma l’elenco a cui annettere  altri esimi voltagabbana,  campioni della palinodia, sarebbe ben lungo. Non temono rivali, né confronti, capaci come sono di fulminee ritrattazioni, di sconvolgenti illuminazioni sulla via di Montecitorio e dintorni. Bastava leggersi, ieri e ier l’altro, ciò che questi fondisti smemorati hanno scritto su quegli stessi  quotidiani in cui, nei giorni precedenti, c’era stato un coro pressoché unanime nel bollare Grillo e il Movimento5stelle con una gamma di epiteti che andavano dal bonario ‘cialtroni ed incompetenti’ alle velenose accuse di ‘protonazismo’: ora, invece, in quelle stesse colonne, grandi attestati di stima e riconoscimento, grandi aperture di credito, grandi elogi e laudi. Mancava solo che scrivessero: “L’avevo detto io”. Non l’hanno fatto: felix culpa. Ciò vuol dire forse che, da qualche parte, anche loro, in attesa anch’essa di un necessario riposizionamento, hanno quel sentimento così clamorosamente inattuale che si chiama ‘vergogna’.

3 tempi


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Oltre ai classici  3 tempi arbasiniani ( “La carriera dello scrittore italiano ha tre tempi: brillante promessa, solito stronzo, venerato maestro”)val la pena mentovare qui le tre tappe fondamentali che segnano allegramente la vita del maschio medio occidentale:  da giovane è senz’altro ‘bello’; da maturo si trasforma- bontà loro- in ‘interessante’; da vecchio pencola malinconicamente tra le terse categorie di ‘invisibile’ e  ’repellente’ ( con tutte le varianti del caso).

Verrà un giorno


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Verrà un giorno che la vita diventerà buona per tutti quando una sola sarà la domanda che  conta, quella che ci faremo l’un l’altro, senza indugiare: ” Che cosa ho io a che fare con gli schiavi?”.

Se lo portano dietro.


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Quelli che si portano dietro il libro che stanno leggendo- nei posti di lavoro, nei mezzi di locomozione, nei ristoranti, mentre si aspetta l’ospite (gradito o mal sopportato, desiderato quanto una giornata di sole, o temuto quanto un’influenza invernale), nei cinema od al teatro, (sperando così di ingannare il tempo prima della finzione che scenderà sullo schermo o sulla scena, ricorrendo omeopaticamente alla finzione cartacea), se lo portano dietro il libro perché così, aprendo il testo alla pagina dove erano arrivati ed individuando la riga a cui erano giunti, pensano di usufruire di un simulacro cartaceo di senso, di una mappa portatile attraversata da righe, lettere e parole, che possa soccorrerli in questo periglioso periplo quotidiano che li vede navigare, sperduti marinai, tra l’Oceano delle Assurdità e la Penisola dell’Insensatezza, tra lo Scoglio dell’Incredibile ed il Mare della Vacuità.

Saltuario


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” Tutti siamo condannati a morte quanti siamo uomini. Secondo Pascal, “l’image de la condition des hommes”, è quella stessa di un gruppo d’uomini in catena e dannati alla pena capitale, di cui ogni giorno alcuni siano sgozzati sotto gli occhi degli altri che rimangono. Se non avvertiamo che tra noi e quegli uomini non c’è nessuna differenza, gli è perché non è vero che noi uomini sappiamo, a differenza degli animali, che morremo.(Rensi, Aporie,71): Il pensiero della morte è in noi esterno, saltuario, superficiale: non è mai attuale coscienza. (Forse, provvidenzialmente). E la morte, secondo osserva Simmel, ” è sempre un venir uccisi, tanto che ciò si operi mediante il coltello o il veleno, quanto mediante i microbi della tubercolosi o il cardiopalma” (Rensi, ibid.). (Guido Morselli, Diario, Adelphi, 1988, pag. 67).

Mise en abîme


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Pascal dice che una gran parte dei nostri problemi nasce dal non saper stare tranquilli in una stanza. Ogni tanto me ne dimentico e, quando torno a casa, è tutto un rimeditare sulla verità indiscutibile di quella aurea massima. Poi, ieri sera, c’era uno spettacolo(?) off(??)  su una vicenda che mi aveva molto colpito ( magistralmente evocata da questa poesia di Luigi Socci) e ho pensato che era il caso di sdimenticarmi il monito pascaliano. Durante la rappresentazione(?) ho pensato che l’invenzione scenica più azzeccata era quella di far provare ai pazienti (troppo pazienti) spettatori un freddo analogo a quello che si poteva provare quella sera al ‘Na Dubrovka’ di Mosca. Ora mi piacerebbe sapere se la mise en abîme era frutto di una imprevista casualità o scientemente preparata con masochistica lucidità dai teatranti.

Mi ricordo,12


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Mi ricordo della paura che da piccolo provavo, quando girando nel paesello, si provava l’inebriante sensazione di vivere in una specie di succursale medioadriatica del Circo Barnum: anziani afflitti da scoliosi impressionanti che li inclinava ferocemente verso il suolo come alberi piagati dal maestrale, giovani immalinconiti  dal gozzismo, donne barbute, gigantesse e nani, tutti liberi a scorrazzare per le vie del paesello.

Nebbia folta


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Nel’epoca dell’opinionismo coercitivo di massa ( tutti debbono avere per forza un’opinione su tutto e tutti, tutti sono diventati dietrologi e contemporaneamente avantologi sopraffini, tutti sono a conoscenza di risvolti segreti e di misteri che aprono squarci di verità su questo o quell’evento) torna in mente la riflessione amara e veritiera del Ricordo 141 di Francesco  Guicciardini: “Non vi maravigliate che non si sappino le cose delle età passate, non quelle che si fanno nelle provincie o luoghi lontani: perché, se considerate bene, non s’ha vera notizia delle presenti, non di quelle che giornalmente si fanno in una medesima città; e spesso tra ‘l palazzo e la piazza è una nebbia sì folta o uno muro sì grosso che, non vi penetrando l’occhio degli uomini, tanto sa el popolo di quello che fa chi governa o della ragione perché lo fa, quanto delle cose che fanno in India». Ieri, in qualsiasi posto si andasse, tutti sapevano e confidano proprio a te, privilegiato destinatario, i veri motivi delle dimissioni del pastore tedesco. Quando poi l’interlocutore che ci aveva spifferato cotanta verità ci domandava che cosa ne pensassimo, quando sommessamente gli si rispondeva che non ne pensavo niente e che del papa e delle sue dimissioni mi interessava quanto dell’acqua alta a Venezia, l’interlocutore si irrigidiva, mi guardava in tralice, si sentiva offeso da quell’essere privo di opinioni.

Vermi


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“Allora avrebbe ragione Paul Valéry che, in una conversazione riferita dal Cecchi, proponeva di sottoporre il romanzo di Proust all’esperimento che fanno i ragazzi coi vermi: mutilarlo di intere parti, per constatare che la fisionomia non muta.[…] La Recherche du temps perdu si lascia ridurre a frammenti perché ogni suo frammento basta, in un certo senso, ad indicarla tutta intera.”( Giacomo Debenedetti, Saggi, I Meridiani, Mondadori,1999, pag. 267)

Surplus


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“Il surplus alimentare è essenziale per la nascita e la proliferazione di quelle figure sociali non dedite in permanenza alla produzione di cibo, figure che una popolazione nomade non può permettersi. Tra questi nuovi “specialisti” ci sono gli uomini di governo. Nelle società di cacciatori-raccoglitori, che sono in genere egualitarie, non si trovano né monarchie ereditarie né apparati burocratici, e l’organizzazione politica non va oltre il livello della banda e dalla tribù. Tutti gli adulti abili al lavoro sono impegnati in permanenza a procacciarsi cibo, e non hanno tempo per altro. Viceversa, dove le risorse alimentari si accumulano, può accadere che una élite riesca ad affrancarsi dalla necessità di produrre, e che anzi ottenga il controllo del lavoro altrui, imponendo tasse o altro e dedicandosi così a tempo pieno al governo. Ecco perché le società agricole di medie dimensioni si organizzano in potentati vari e quelle più grandi diventano veri e propri stati”. ( Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie, Einaudi, 1998, pag. 65)