Un cuore intelligente

Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente… (I Re 3, 11-12)

Il torto che si ritorce


“Charta canta”: si chiama così, con un titolo che sa di bibliofilia e Inquisizione, la rubrica di Sergio Luzzatto sul Domenicale del Sole24 ore. Quella di domenica scorsa va segnalata perché al festivo rito accusatorio era sottoposto di nuovo il professor Angelo Sindoni, ordinario di Storia Moderna all’Università di Messina dal 1986, uno dei supercommissari scelti dal Ministero per selezionare aspiranti professori di Storia nelle università italiane. Lo scorso febbraio, Sindoni è balzato ai disonori delle cronache gazzettiere perché accusato di aver gonfiato il proprio curriculum, avendo inserito, con mossa di borgesiana fattura, nella sua lunga lista di pubblicazioni, alcuni titoli di libri-fantasma dotati persino di codice ISBN, ma, tutto a fatto, inesistenti. Ma Sindoni è uomo d’onore e, da uomo d’onore, ha compiuto un gesto raro, tra i più desueti nel nostro Belpaese: ha rassegnato le dimissioni, trafitto, come un San Sebastiano del suo compatriota pittore, dagli strali dell’informazione massmediatica e della corporazione degli storici, che vedevano compromessa la loro antiqua nobiltade dalla presenza di questo loro Pari, un po’ troppo eccentrico, un po’ troppo fantasioso. Luzzatto, se da una parte elogia la rettitudine, sia pur ritardataria, del Sindoni, dall’altra riserva stoccate furibonde alla lettera di dimissioni dello sventurato accademico: “meravigliosamente teatrale, tanto borbonica nello stile quanto lacrimevole nei contenuti”. Poi, con torquemadico accanimento, si accanisce ancora di più sulla garrota, spiegandoci come il Sindoni, anche in questo suo ultimo atto ufficiale, abbia mostrato “scarsa familiarità con l’imperativo categorico di ogni storico degno del nome, la critica delle fonti”. Che ha fatto il nostro sventuratissimo Prof.? Ha citato Manzoni, meglio l’Adelchi. Uno di quegli endecasillabi che tutti mandano a memoria, che è impossibile sbagliare perché, dalle medie in su, ce lo sentiamo ripetere fino allo sfinimento: “Il torto non resta che farlo o patirlo’ chiosa Adelchi/ Don Lisander. Ma il prof. Sindoni, anche in questo suo ultimo atto da cattedratico, si è fatto prendere la mano dalla creatività e ha trasformato il verso manzoniano in un impressionante “ Un torto è meglio patirlo, che farlo”. Ma il veleno, si sa, predilige più i finali che le finalità.Così, stavolta, la coda venefica si è ritorta anche contro l’accusatore. Scrive infatti Luzzatto che l’originale manzoniano era: “ Il torto non resta che farlo, o partirlo”. Ecco: quella ‘r’ che s’aggiunge al manzoniano ‘patirlo’ è un refuso meraviglioso, che però stravolge il senso della massima adelchiana. La concezione tragica della storia in Don Lisander ( il torto si patisce) non prevedeva certo una equanime condivisione del torto ( il torto si paRtisce), come si suppone invece dalla ‘fantasiosa’ restaurazione luzzattesca. Che dire? Un eccesso di sindonica creatività? Una rivoluzionaria scoperta filologica? Una svista imperdonabile? O quandoque bonus dormitat Luzzatto ?

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